SEZIONE: VOLI PINDARICI
INTERSEZIONI CREATIVE TRA MEZZI ESPRESSIVI
a cura di Domenico Cutrupia
Fumettomania cambia, anzi si evolve, e con essa cambia (si evolve) il nostro modo di comunicare e la prospettiva dalla quale guardiamo al nostro medium preferito, il nostro amato fumetto. Le potenzialità espressive che il fumetto possiede ci spronano ad un maggior impegno di analisi ed a sviluppare le potenzialità critiche di Fumettomania.
Troppe volte si è parlato di ghetto per il fumetto e per ogni discorso che lo riguardi. Ghetto confuso da alcuni per torre eburnea o per raffinato club di gentlemen.
Walter Benjamin in biblioteca
Altre volte si è parlato del fumetto come di una terra di Never-Never-Never-Land per piccoli Darling che non vogliono crescere ma che, una volta cresciuti, tagliano i ponti con la loro fanciullezza negandosi alle soluzioni più mature del linguaggio fumettistico. Noi di Fumettomania diciamo che il medium fumetto va conosciuto in latitudine e in longitudine, in tutte le sue manifestazioni, da Disney ad Eisner, da Kobayashi a Van Hamme. Fumettomania ha sempre avuto la vocazione di riferire novità interessanti e poco note. Ora, coerenti con la carica di innovatività che ci ha sempre caratterizzato, vogliamo fare qualcosa di più. Da sempre alfieri di una nuova intelligenza della comunicazione fumettistica, abbiamo deciso di puntare l’attenzione su quanto c’è in comune con le altre forme espressive. Cinema, arte, musica, tutto questo troverà spazio in questa sezione della nostra bella fanzine. Divagazioni su altre forme culturali che possano affiancarsi in modo interessante al nostro discorso sul fumetto. Note su possibili convergenze parallele tra la cosiddetta cultura alta e la narrativa di genere. Nomi interessanti prestati al nostro discorso, come Coppolino Billè, studioso di filosofia del Novecento il cui nome lo si può trovare in riviste universitarie specializzate, e Gravina, insegnante e giornalista. Aspettatevi altre
L’IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DEL FUMETTO
di Gianfranco Gravina
Chissà cosa, o chi, ispirò il newyorkese Oitcault nel lontano 1895 a far parlare il suo personaggio da una nuvoletta di fumo. Forse perchè racchiudeva il pensiero in modo così incisivo, o forse perché rendeva le sue vignette più gradevoli all’occhio dei lettori? Boh, provate a darla voi la risposta, ma fatto sta che da allora il “fumetto” spopola nelle edicole di tutto il mondo presso un vastissimo pubblico che non conosce barriere di sesso, di età, di cultura, condizione sociale, economica, etc, etc. Provate a portare via ad un bimbo il suo Braccio di ferro, ad un padre di famiglia il suo Tex, ad un ventenne il suo Nathan Never, ad un arzillissimo nonnino le avventure di Blek o Capitan Miki… Scommetto un milione di euro che non avreste vita facile! Certo!! Hai scoperto l’acqua calda! Perché il fumetto prende, eccome se prende!!! Ma vediamo di ragionarci su , come siamo soliti fare. L’universo del fumetto così diverso, così normale, così fantastico, così reale, così visibile, così nascosto, così popolato di esseri vicini e/o lontani, può solo darlo il fumetto. Sì, sì, d’accordo che un buon romanzo è sempre un buon romanzo, per carità, ma solo lui ci trasmette certe sensazioni e ci trasporta in un mondo nel quale ognuno di noi, almeno una volta nella vita, vorrebbe stare. Ricordo che da bambino mi sarebbe piaciuto diventare il quarto di Qui, Quo, Qua, magari Que, e vivere una giornata in compagnia di Zio Paperino per far disperare quell’avaraccio di Zio Paperone; oppure diventare il secondo compagno di avventure di Topolino, al fianco dell’immarciscibile Pippo, sempre pronti a tirare un brutto scherzo a Macchia Nera o alla Banda Bassotti. Bei tempi! Bei tempi! Ma per non andare tanto lontano, anche il cerebrale Dylan affollava la mia irrequieta fantasia di universitario: le sue realtà parallele, i suoi mostri, i suoi incontri, le cazzate di Groucho … Ricordo che non ne perdevo uno e mio padre mi prendeva per pazzo! Allora siete pronti a tuffarvi, voi che ancora avete dubbi, in questo grande mare? Non abbiate remore, fidatevi, salite in soffitta e prendetene uno a caso, aprite la prima pagina ed il gioco è fatto…
UN OBOLO PER L’AUTORE ED UN RENE PER UN FUMETTO, OVVERO: STORIE DI NORMALE SOPRAVVIVENZA DI UN POVERO CRISTO REO DI ESSERE UN FUMETTARO…
MANUALE DI SOPRAVVIVENZA
di Maurizio Pustianaz <Maurizio.Pustianaz@TILAB.COM>
Ormai è fatta! Per comprare fumetti ormai si deve vendere un rene. Non è grave, con uno solo si vive lo stesso, però non è un pensiero un po’ bizzarro?
Sembra di no guardando i prezzi che hanno raggiunto i nostri fumetti preferiti.
La situazione la conosciamo tutti, facciamo però un ripassino veloce veloce.
Alla fine dell’anno scorso tutte le case editrici (così come qualsiasi altro produttore di beni commerciali) in previsione dell’Euro diedero una ritoccatina ai prezzi. Una cosa da nulla sembrava.
Da Gennaio e per i primi tre mesi dell’anno i prezzi videro di nuovo un incremento perché bisognava arrotondare. Le nostre testoline non avrebbero retto a fare i conti se uno Zagor costava EUR 2.07, vero?
Bene!
Magia delle magie, la ritoccatina fu di EUR 0.13 e non di EUR 0.3.
Come mai? Boh? Nessuno l’ha mai spiegato, così come devo ancora capire come mai le merendine che compra mia moglie siano passate (in lire) da £4300 a £ 5000!!!
Così, da un giorno all’altro. Così come ”Hello Spank” è passato da EUR 3.90 a EUR 4.50!!
Come mai? Boh???
Poi il bello è che di variazioni ce ne sono state in certi casi più di una e un’altra magia sta nel fatto che una ristampa in tre volumi di Go Nagai, dopo due anni o giù di lì, costi £10.000 in più a volume. Possibile che ci sia stato un rincaro del prezzo della vita del 50%?? Oppure prima lo stampavano in perdita?
Perché sembra che le cose che sono sicuri di vendere in ogni caso abbiano subito aumenti maggiori? E’ solo un pensiero malizioso oppure abbiamo scoperto il loro piano malvagio per la conquista del mondo?
Lasciamo da parte la critica del borsellino e cerchiamo di capire che cosa può provocare nel lettore e nel mercato tutto questo incremento dei prezzi.
Io, purtroppo, parto dal presupposto che il fumetto, o buona parte di esso, sia un atto artistico e che quindi implichi una consapevolezza nell’autore che lo spinga a dare il suo meglio.
Queste però sono belle parole, perché anche nell’editoria di fumetti c’è una parolina odiosa e magica allo stesso tempo che aleggia nell’aire: il marketing.
Il personaggio non è buono perché lo è intrinsecamente, ma lo è se può essere venduto a maree di ragazzini inneggianti all’eroe. Parliamoci francamente, ci sono personaggi che sembrano sopravvivere a se stessi e leggendo le avventure dei quali sono arrivato al limite dell’orchite!
Esempio estero lampante di casa editrice soggiogata a queste regole è la Marvel, che per un certo periodo di tempo è stata anche proprietà di una multinazionale cosmetica (ora non so chi ci sia dietro). Tale casa editrice fu costretta più volte a trattare i propri personaggi quasi esclusivamente come un prodotto appena vendevano meno, snaturando l’innocenza iniziale dei primi personaggi di Lee e soci. Poi si scopre che il taglio delle vecchie storie portate su pellicola da registi molto bravi fa sbancare il botteghino… questa però è un’altra storia.
Esempi più recenti? Le varie saghe ambientate in mondi paralleli e i supereroi in versione manga (tanto per cavalcare la moda del momento) per citarne due…
Altro problema, per gli editori, è il target al quale ci si vuole rivolgere.
Avete mai visto un fumetto apprezzato soprattutto dagli adulti costare poco o non ”meritare” il formato cartonato?
Perché? Forse perché si presume che l’adulto lavori e che possa spendere di più, oppure c’è qualcos’altro che non so immaginare?
La bassa tiratura forse?
Ma se lo compreranno in pochi, oppure ci si aspetta che siano pochi, perché si opta per un prezzo alto? Per fare in modo che lo comprino ancora meno persone?
Sembrerebbe quasi un suicidio se il ragionamento fosse questo!
La domanda alla fine è: c’è realmente bisogno di dover fare un mutuo per comprare le ristampe di Watchmen, Sin City o Blake & Mortimer?
Perché mi ”arrabbio” così tanto vi chiederete?
Perché si vuole applicare ad un arte le regole del mercato globale. Quelle regole che appiattiscono qualsiasi cosa facendo cambiare mille volte il costume dell’Uomo Ragno o che lo fanno diventare un deficiente con la mantellina nei cartoni messi in onda dopo il successo del film?
Mi arrabbio perché per vendere si devono creare dei bisogni indotti e non si punta sulla qualità del prodotto.
Mi fa anche schifo chiamarlo ”prodotto”, però visto che c’è dietro gente che ci campa, il nostro amato e bistrattato fumetto è anche tale. Purtroppo…
Perché gli editori dovrebbero avere come spauracchio l’inizio degli anni ‘80 quando in edicola c’erano pochissimi fumetti (Alan Ford, i Bonelli, il Monello, l’Intrepido, Lando, il Montatore e poco più)?
Perché così come sono aumentati i fumetti è aumentato il costo della vita e la gente comune fissa delle priorità e se è gente che lavora come me e che magari ha famiglia, le priorità non contemplano il fumetto.
E’ per questo che bisogna puntare sui ragazzini che possono spendere la paghetta tutta in fumetti? Non penso… La paghetta chi gliela dà? Madre Teresa dal Paradiso? Oppure il papà che si guadagna la pagnotta? E perché a questo punto dovrebbe spendere i soldi in fumetti e non nell’affitto/acquisto del prossimo Tomb Raider?
Io personalmente i miei reni me li terrò e cercherò di essere oculato nei miei acquisti, perché il fumetto per me deve essere un piacere ed una sorpresa, e non un obolo ad un autore senza idee ed un mercato senza regole…
NOTA SULL’ARTE DI COLLEZIONARE
di Giovanni Coppolino Billè <cobigi@inwind.it>
Foto di Walter Benjamin
Nessuna passione umana può essere considerata, a torto o a ragione, inutile, soprattutto se dettata da un desiderio genuino di accostarsi alla realtà per sperimentarne la varietà fenomenologica con un indugio micrologico pieno di curiosità per tutto ciò che è altro da noi. Tra le passioni dello spirito nessuna sembra più inutile del collezionismo, al punto che il pensiero fatica spesso ad accostarsi alla sua forma e, quando vi si accosta, si guarda bene dal riconoscerle uno statuto artistico, se non forse di un’arte di secondo piano o, addirittura, degenerata. Il problema però nasce all’interno dell’oggetto stesso da indagare, in quanto collezionare in sé qualsiasi tipo di oggetti, dai più rari e preziosi a quelli di uso quotidiano, presuppone un pathos inconsapevole che si lascia imbrigliare con estrema difficoltà nelle maglie della conoscenza e della critica delle sue leggi rigorose. Il collezionista sente il bisogno di dare senso alla sua esistenza quotidiana circondandosi di oggetti che spesso hanno valore solamente per lui e, soprattutto, andando continuamente alla ricerca di quello che ancora manca alla sua collezione. E’ un processo senza fine, e anche laddove riesce a completare la sua collezione, proprio per la legge interna della sua incompiutezza, la ricerca ricomincia in altri settori e con altri oggetti che, anche se apparentemente non sembrano avere un nesso con quelli precedenti, nella mente (o più precisamente nell’animo) del ricercatore presentano delle “affinità elettive” al loro interno in direzione dell’ideale del loro compimento. Ma non si tratta solo di ideale: gli oggetti della collezione racchiudono in loro una totalità, anzi sono frammenti di un tutto che guardano alla verità della loro essenza rappresentando l’idea che il collezionista cerca in essi. Solo un collezionista può tentare di circoscrivere la sua passione in ambito ideale, perché spesso la passione può lasciare spazio alla mediazione concettuale nell’interrogazione del suo oggetto, e allora chi colleziona scopre nelle sue raccolte un’occasione per la filosofia o la critica d’arte. Walter Benjamin, che nel secolo scorso è stato collezionista di libri per l’infanzia e di malati di mente, ma è stato soprattutto filosofo e critico letterario, ha dato dell’arte di collezionare la definizione più pregnante: “ Il collezionista si trasferisce idealmente, non solo in un mondo remoto nello spazio o nel tempo, ma anche in un mondo migliore, dove gli uomini, è vero, sono altrettanto poco provvisti del necessario che in quello di tutti i giorni, ma dove le cose sono libere dalla schiavitù di essere utili.” (Parigi.La capitale del XIX secolo) Per il collezionista gli oggetti perdono il loro valore d’uso e conservano in loro una magia culturale, che li proietta, e con essi la percezione di chi li custodisce, in un mondo di sogno, altro dalla realtà. Il lato negativo è dunque la fuga dalla realtà quotidiana, ma è un aspetto secondario rispetto alla funzione primaria del collezionare che è, al contrario, un’intensificazione della realtà stessa. Collezionare preserva nel tempo la possibilità per l’uomo di rappresentare la sua relazione con il mondo lasciandovi abitare il ‘senso’ e, quindi, mettendo in crisi la logica del consumo che ne è il contrassegno principale.
<< continua nel n. 15 >>
L’utilità del fumetto nella didattica della storia
di Domenico Cutrupia < domenicocutrupia@inwind.it>
La lettura di un fumetto può essere gradevole, piacevole e rilassante come poche altre cose. Ascoltare e leggere storie è un bisogno che l’uomo si porta dentro da quando, tanto ma tanto tempo fa, si passò dalla preistoria alla storia. La lettura di un fumetto unisce il piacere del racconto alla visione della rappresentazione artistica del racconto stesso. Quello del vedere è un bisogno ed un piacere primario per l’uomo. Ma il fumetto può essere interessante ed istruttivo oltre che gradevole, piacevole e rilassante. Molti lo considerano un valido ausilio per l’avviamento alla lettura dei giovani: il gusto per la storiella aiuta i ragazzini a prendere confidenza con le parole scritte e li prepara, a poco a poco, a passare ad altro tipo di lettura. E’ certamente vero se per fumetto si intende solo Topolino, i fumetti Disney e poco altro. Esistono altri fumetti, altri stili, ben altra profondità di vedute.
Esistono fumetti come Dago, pubblicato dalla Eura Editoriale e presente in tutte le edicole. Nelle storie di Dago, ambientate nel XVI secolo, si incontrano importanti personaggi storici realmente esistiti. Si va da Benvenuto Cellini, orafo e scultore fiorentino al servizio dei re di Francia, a Martin Lutero, riformatore religioso tedesco iniziatore della Riforma che cambiò la storia dell’Europa. Dago è scritto dal grandissimo Robin Wood, autore anche di Nippur, fumetto ambientato nella Mesopotamia al tempo dei Sumeri. Robin Wood è un prolifico sceneggiatore di fumetti di scuola argentina, le sue opere sono note in tutto il mondo.
Molti fumetti italiani, bonelliani in primis, hanno ambientazioni storiche: Tex su tutti. Può sembrare ben poco per rimpolpare le programmazioni curricolari di storia. E’ un punto di partenza, una risorsa importante. Una risorsa che le case editrici specializzate in scolastica dovrebbero prendere in considerazione. Ma dimentichiamo le storie commentate da Enzo Biagi che ora si trovano solo nelle bancarelle e che di fumettistico hanno solo il nome! La lettura del fumetto permette di aiutare i discenti che hanno uno stile di apprendimento di tipo visivo e, attraverso una storia ben narrata, può incrementare la motivazione allo studio della storia. Un insegnante di storia può ben giovarsi del medium fumetto.
—————————————————-
SEZIONE: RECENSIONI -
NUVOLETTE ITALIANE
a cura di Mario Benenati
Ad una delle ultime manifestazioni nazionali alle quali ho partecipato, a Napoli nel marzo del 2002, una delle critiche mosse alla fanzine é stata la frammentarietà degli interventi. Ancora una volta abbiamo raccolto i suggerimenti, li abbiamo modificati alle nostre esigenze, e abbiamo operato il cambio strutturale della fanzine, ora leggibile in sezioni. L’ultima sezione, questa, é stata quella che più delle altre ci ha fatto tribolare. Per la prima volta abbiamo avuto una difficoltà incredibile a ricevere articoli, ed é stato a causa di questa sezione che abbiamo accumulato ulteriori due mesi di ritardo. UNA CATASTROFE.
Questa situazione si é creata perché abbiamo meno collaboratori che scrivono sulle produzioni italiane e perché c’é stata anche la volontà di non inserire in questo numero recensioni su materiale estero (né USA, oggetto del numero precedente, né francese, né manga).
Comunque la realtà italiana a fumetti non é una delle più rosee, Martin Mystère e Nathan Never (quelli che in alcune occasioni hanno acceso di passione i nostri cuori) della Bonelli vivacchiano, anche se spiccano Dampyr e Gea, oltre W.i.t.c.h. della Disney (un fenomeno fumettistico e non solo per giovanissimi, del quale non parliamo perché già in tanti lo hanno fatto) e la nuovissima serie “John Doe” della Eura, sulla quale invece esprimiamo i primi commenti a caldo. Il resto, almeno in edicola, é desolazione; ah dimenticavo che tra le nuove proposte ci sono state la ristampa di Ken Parker, della Panini, e l’ennesima ristampa di Tex. Mi sa che siamo messi proprio male. Qualcosa si muove nelle fumetterie, vedi Kappa Edizioni (della Kappa non siamo riusciti a scrivere nulla, ma ci rifaremo la prossima volta) e Coconino (idem come sopra), per non parlare di vari giovani autori italiani che stanno pubblicando delle cose interessanti e che vengono esposti all’estero.
La settimana passata c’è stata anche Lucca Comics, da sempre un momento importante per il fumetto (ce la racconta Antonio Recupero).
—————————————————-
DEAD MAN WALKING
di Lucio Sottile < votarxy@lycos.it >
Pare che in America i cadaveri senza nome siano classificati come John Doe. Jane, se sono cadaveri femminili. Doe, come dire Daina. Chissà da dove ha origine questa tradizione?
John Doe è anche il nome di un nuovo personaggio dei fumetti, edito dalla Eura ma stampato in formato bonellide. Non è, almeno, il classico bonellide con pochi mezzi, meno idee e scarse caratterizzazioni. Tuttavia il paragone con gli albi Bonelli si ferma appunto al formato. A parte la differente qualità di stampa, intendo.
Ricordo di aver letto, qualche anno fa, un saggio di Luther Blissett in cui si sosteneva che il personaggio più atipico/interessante/acanonico della scuderia Bonelli fosse Mister No in quanto, a ben guardare, a parte le tendenze politiche orientate più o meno a sinistra, i personaggi sono piuttosto borghesi.
E tutti sbirri:
Nathan Never è, come la collega Rebecca ”Legs” Weaver, un agente privato; Martin Mystère collabora spesso con l’ispettore Travis ed è, per definizione, un detective (dell’impossibile); discorso simile si può fare per Dylan Dog; per Nick Raider e Julia non c’è bisogno di aggiungere qualcosa; e persino Gea, la combattente che veste alla rockettara, è una sorta di vigile interdimensionale.
Illustrazione di John Doe. Per gentile concessiore dell'Editore
John Doe è un BUROCRATE, e già questo fa la differenza. Certo, lavora(va) in un ufficio particolare, il cui nome è Trapassati inc., per conto di Morte, e già nel primo numero si licenzia per questioni deontologiche: in sintesi ha scoperto che Morte e gli altri 3 cavalieri dell’Apocalisse hanno sottratto alla Destinazione Finale (film con un soggetto molto simile all’episodio n. 2, ”Brillano nel buio”, ma non accreditato come fonte ufficiale) un gran numero di umani, garantendo loro l’immortalità affinché collaborino alla messa in scena del Giudizio Universale. E non solo carnefici specializzati, ma anche pittori, poeti, scenografi (e gli sceneggiatori di fumetti?)… il problema è che si è creato un buco nella contabilità grande quanto l’Alabama e, per riempirlo, Morte deve scatenare un Olocausto che faccia fuori qualche milione di persone in modo da rimettere in pareggio il bilancio ed evitare che le alte sfere scoprano le irregolarità.
Il problema è che JD si accorge di tutto e, non tanto per il buon cuore che tanto buono non è (nel primo episodio lo vediamo investire un vecchietto destinato a finire la propria vita sotto le ruote di un’auto, subito dopo aver amoreggiato con una bella moritura… John Doe, non il vecchietto) ma quanto per onestà professionale e magari anche risentimento per essere stato tenuto all’oscuro, decide di nascondere la falce dell’Olocausto, il solo manufatto che permetta di scatenare genocidi.
Inizia così la fuga che porterà John Doe nei posti più svariati del pianeta e di altrove, come nel Ristorante Alla Fine Dell’Universo, megacitazione della saga di Douglas Adams sugli autostoppisti galattici.
Del resto l’intera serie è una corsa alle citazioni, consce e inconsce, in primis Apri gli occhi di Amenabar, film spagnolo che ha visto anche un remake con Tom Cruise, il deludente Vanilla Sky; va comunque ricordata tutta la corrente pulp, dalla filmografia di Tarantino a Leon di Luc Besson e così via.
Il particolare universo narrativo, del resto, aiuta nell’opera di introdurre personaggi storici e figure inventate (dal pistolero Sam Colt ai Magnifici Sette Nani), ed i personaggi sono mediamente colti ed in grado di riconoscere essi stessi la fonte citata.
Tra i personaggi ricorrenti c’è la convenzione umana per eccellenza, ossia Tempo, rappresentata come una dolce affabile biondina innamorata del protagonista, ed un killer che è anche una citazione, infatti si chiama LEONida (dalla cui tasca posteriore sporge un fazzoletto di cui non riesco a identificare il colore, sic!).
Citazionismo a parte, un elemento di distinzione rispetto ai soliti bonelliani e soprattutto considerando le tematiche della serie è la scarsità di morti. Se ne parla, ovviamente, ma come un centravanti parlerebbe del pallone, e le scene di violenza, svolte soprattutto tra Immortali ed Eterni, non possono certo comportare l’eliminazione fisica dei contendenti.
La serie nel suo complesso presenta pregi e difetti, tipici forse per una casa editrice forte (la Eura) che cerca di introdursi in mercato diverso.
Abbiamo così delle copertine fantastiche, da levarsi tanto di cappello di fronte a Massimo Carnevale, a cui non sempre corrispondono disegnatori all’altezza, ed a questo si può sommare l’originaria diversità tra il modo di rappresentare il look del personaggio principale secondo il copertinista e secondo i vari disegnatori. Per inciso gli occhialoni e le basette incolte vanno benissimo, e fortunatamente negli ultimi episodi fanno capolino anche all’interno delle storie.
Unitamente a questo a livello di testi ci sono belle trovate e rovinose cadute di stile, soggetti a volte scontati ma trattati in modo interessanti e idee buttate là che potevano essere qualcosa di grande ma non hanno fatto a tempo a germogliare.
—————————————————-
IL COLTO TENEBROSO NEI MONDI FANTASTICI DI BONELLI
DAMPYR
di Domenico Cutrupia < domenicocutrupia@inwind.it >
Un lettore vagamente disattento potrebbe avere l’impressione che Fumettomania abbia una particolare predilezione per il fumetto indipendente ed uno snobistico rifiuto per il fumettone popolare ad alta tiratura delle grosse case editrici. Chi avesse quest’idea si aspetta certo di trovare, sulle pagine di Fumettomania, migliaia di caratteri su minime produzioni, indipendentemente dalla qualità di queste, e poco spazio e molte critiche (negative) al fumetto popolare, indipendentemente dalla qualità di questo. Nulla di più falso! La redazione di Fumettomania guarda con attenzione tutto quanto viene prodotto nel mondo del fumetto e non ha alcun pregiudizio, per nessuno. Meno che mai verso le major, che sono seguite con grande attenzione. Seguite, e molto apprezzate quanto producono qualcosa fuori dall’ordinario. La più grande casa editrice di fumetti italiani è la Bonelli, senza alcun dubbio, e Fumettomania ha sempre guardato con attenzione e simpatia alle produzioni bonelliane. Attenzione e simpatia aumentate da quando c’è Dampyr. Tanto potrebbe essere scritto sul significato simbolico della figura letteraria del vampiro e tanto è già stato scritto, ovunque. Questo discorso, per quanto ben pensato e ben scritto, non esaurirà mai l’argomento o spiegherà, rendendo inutile ogni ulteriore precisazione, la fascinazione che i lettori hanno per creature fantastiche come i vampiri e per tutta la mitologia che sta loro intorno. L’attenzione con cui guardiamo e leggiamo Dampyr, che è anche il motivo del suo successo, è la straordinaria qualità della maggior parte delle sue storie. Sono storie, soprattutto le prime, che si leggono e si rileggono con gusto, assaporando ogni singola vignetta. Storie affascinanti che avvolgono il lettore e lo fanno sentire partecipe. Storie costruite attorno a personaggi che appaiono veri, al di là di ogni finzione narrativa. Boselli e Colombo, veri cavalli di razza della scuderia Bonelli, non sono semplici sceneggiatori, sono veri scrittori.
Illustrazione di Dampyr. Per gentile concessiore dell'Editore
Il sentimento che Tesla prova nei confronti del suo bel Harlan, rappresentato dagli sceneggiatori in modo così fine e delicato, rende la bella vampira qualcosa di più di un personaggio di carta. Kurjak, il reduce di mille guerre, il duro da romanzo noir, è un personaggio ricco d’umanità e non solo perché è l’unico a non avere il sangue contaminato dal maleficio vampiresco. Harlan Draka è il nostro protagonista e non si distingue solo perché le sue iniziali non sono uguali come è abitudine nei fumetti. Harlan è un personaggio leggero e tormentato, titanicamente teso all’adempimento del suo dovere di liberare il mondo dal male e oppresso dalla figura paterna lontana ma nello stesso tempo sempre presente. Harlan Draka è il nostro dampyr, un essere fantastico nato da un vampiro e da donna umana. Nato da vampiro ma non da un vampiro qualsiasi. La ditta Boselli & Colombo ha reso più ricca ed affascinante la mitologia vampiriana creando la figura del maestro delle tenebre, una sorta di generale dei vampiri, un warlord della notte. Il signore della guerra che ha generato il dampyr è il misterioso Draka, carismatico personaggio che ricorre sullo sfondo di un po’ tutte le storie. Draka, fecondando una donna umana e generando il dampyr, ha creato un’arma letale per vampiri e maestri della notte. La nascita di Harlan Draka ha turbato e inquietato la non-vita degli esseri della notte. Il potentissimo Draka ha voluto un figlio perché voleva un inconsapevole sicario in grado di eliminare i suoi simili? Questo è una domanda che Harlan e i suoi compagni di tante avventure si sono già fatti. La ricerca del padre è il filo rosso che tiene unite le storie del nostro dampyr preferito. Harlan Draka non è un indagatore dell’incubo o un detective dell’impossibile, è il figlio tormentato di una terra difficile e tormentata (la ex-Jugoslavia) alla ricerca del padre e del mistero che sta dietro la propria esistenza. La ricerca di sé stesso è un leit-motiv in buona parte della letteratura, indipendentemente dalla sua metaforica altezza, ed oggetto di riflessioni personali in molte persone nella vita reale, di tutti i giorni. Questa ricerca di sé stesso è un motivo di fondo anche nella vita e della storia di Harlan Draka ma in questi assume una valenza nuova, fantastica. Ricche di suggestioni e di citazioni colte, le storie di Dampyr si dipanano in un terreno fantastico dove si uniscono elementi fantastici a contesti molto reali: il contesto storico-geografico delle storie è sempre accurato e preciso e si sente appieno l’attualità delle storie. Attorno al trio Harlan, Tesla e Kurjak si muovono tanti esseri fantastici, pedine e generali nell’eterna lotta del Bene contro il Male o agenti che si muovono su una linea di confine tra le due schiere. Il più importante è l’algido Caleb, un angelo caduto; non l’angelo caduto che pensiamo, un soldato del male, ma una sorta di infiltrato del Paradiso tra gli umani (o quasi-umani) che gestisce una rete di agenti segreti al servizio del Bene. Le storie di Dampyr sono ambientate in giro per il mondo, dalla vecchia Europa al resto del mondo, ma i nostri fanno base nella città magica per eccellenza, Praga. La bellissima Praga, la vera capitale della Mitteleuropa, residenza, nel tempo, di re, di imperatori, di grandi scrittori e di presunti maghi. Le storie di un Harlan, che come lavoro di copertura si occupa di una libreria antiquaria, non possono che essere ambientate nella Praga di Kafka, Hasek e Hrabal; le storie di un Harlan, che vive tra esseri fuori dal comune e lotta contro esseri soprannaturali, non possono che essere ambientate nella Praga del golem e delle leggende yiddish dell’Europa orientale. Una Praga viva e concreta nelle pagine di Dampyr. Basta leggere un solo numero di Dampyr per essere sedotti dal fascino magico di Praga e dei luoghi fantastici descritti dal fumetto. Fumettomania, e tutti gli appassionati di fumetti, amano alla follia la Bonelli quando produce un fumetto come Dampyr.
—————————————————-
Lucca Comics 2003:Appunti di viaggio
di Antonio Recupero < arecupero@iol.it >
Come ogni anno, si è svolta tra il 31 ottobre e il 2 Novembre la manifestazione italica per eccellenza sul fenomeno fumetto, un vortice di esposizioni di alto livello e di stand di ogni sorta che, in realtà, non sempre col fumetto hanno a che vedere… Ma sorvoliamo su polemiche organizzative trite e ritrite che ormai riguardano tutte le mostremercato italiane, per concentrarci un attimo su un problema organizzativo ben più grave: la assoluta inadeguatezza delle strutture, specie in caso di condizioni meteorologiche avverse, a fronte della mole enorme di visitatori (paganti!) della mostramercato, che si trova a dir poco stretta nell’area, grande ma non sufficiente, del Palasport. Quest’anno sono state registrate oltre 50000 presenze, di cui circa 30000 solo il 1 Novembre, e questo ha causato un intasamento dell’area fieristica al di sopra di ogni sopportabilità. Le biglietterie, con una fila interminabile, hanno sospeso le vendite e gli accessi sono stati bloccati in maniera irrazionale, visto che molte persone con biglietto già acquistato sono rimaste fuori ad attendere per ore la riapertura dei cancelli. Non mi dilungo oltre, visto che nei giorni successivi alla fiera si sono sprecati i commenti e le critiche, e aspettiamo invece che gli organizzatori comunichino per la fiera del prossimo anno dei cambiamenti che quest’anno si sarebbero dimostrati già indispensabili.
Passiamo adesso a quello che più ci interessa di questa mostramercato, ovvero i fumetti: ecco, in ordine rigorosamente sparso, un breve riassunto delle novità apprese nel corso della manifestazione.
Alla Panini Comics ha fatto bella mostra di sé il volume cartonato in bianco e nero, presentato in anteprima rispetto agli USA, dal titolo “Il segreto del vetro”, una storia dell’Uomo Ragno ambientata a Venezia, scritta da Tito Faraci e disegnata da Cavazzano, due autori atipici per i personaggi di oltreoceano, ma che hanno realizzato un prodotto a dir poco eccellente. Inoltre, la casa editrice modenese, alla luce dei successi di vendita, ribadisce la volontà di puntare molto sui volumi da libreria appartenenti alla collana 100% Marvel, sulla quale a rotazione appariranno tutte le miniserie e le serie di alta qualità che nelle edicole non otterrebbero la visibilità meritata.
La Play Press Publishing annuncia trionfale la ristampa di due capolavori di Frank Miller: “300” e “Il ritorno del Cavaliere Oscuro”, quest’ultimo in una nuova edizione arricchita da sketchbook e altri extra.
La Disney – Buenavista Comics ribadisce la sua apertura a una tipologia di albi totalmente nuovi, e forte del successo della testata “Witch”, si lancia nella promozione della originale testata “Monster Allergy” sui quali si alterneranno autori vecchi e nuovi in storie di forte originalità godibili da lettori di ogni età.
Vittorio Pavesio Editore ha presentato invece al suo stand il primo numero della nuova serie della rivista di racconti macabri e fantastici “Strane Storie”, nata sotto l’egida dello “Stregatto Editore” e passata alle mani dell’editore torinese, che si dimostra interessato così alla valorizzazione di nuovi talenti e che ha deciso di inserire nella rivista, oltre racconti in prosa, anche brevi racconti a fumetti.
La Kappa Edizioni prosegue con “Mondo Naif”, ormai colonna portante e simbolo dell’editore bolognese, che continua a proporre storie di alta qualità con un occhio teso al giappone e l’altro al fumetto d’autore europeo. Particolare rilievo va dato anche al volume “1945” della bravissima Keiko Ichiguchi, che mostra una crescita autoriale notevole dell’autrice.
Allo stand Magic Press la parte del leone tocca alla Innocent Victim, che promuove l’ottimo “Numeri” di Michele Petrucci, la conclusione della seconda serie di Bonerest con “Denti” dalla premiata ditta Casali-Camuncoli e il volume “Bangkok”, disegnato sempre dal Camuncoli per la DC/Vertigo. Apprendiamo inoltre con piacere che Bonerest si appresta a sbarcare in Francia in una lussuosa edizione per il mercato d’oltralpe.
Una piccola segnalazione va fatta infine per lo stand della Pegasus Distribuzione che ha ospitato, a sorpresa, un esuberante Jim Lee che si è esibito in una estenuante maratona di disegni per il pubblico, oltre a prodigarsi in consigli con i giovani disegnatori.
Insomma, una fiera più che soddisfacente per i prodotti presentati e le esposizioni (segnalazione speciale per quella dedicata a Van Hamme a Villa Bottini), ma non esente da problemi, purtroppo. Speriamo nel futuro…

