04-Ottobre 1949 : L’inferno di Topolino

Ottobre 1949: quando Topolino andò all’Inferno

A metà degli anni Trenta in alcuni cortometraggi animati Topolino interpretava alcuni personaggi dei Viaggi di Gulliver e di Alice nel Paese delle meraviglie. Furono incontri sporadici, isolati, perché finora i personaggi disneyani erano essenzialmente umoristici, quasi privi di risvolti ironici o addirittura culturali.

Vignetta tratta dall'"Inferno di Topolino". Per gentile concessione
Vignetta tratta dall’”Inferno di Topolino”. Per gentile concessione

La svolta si ebbe nell’ottobre del 1949 quando “Topolino” – che dall’aprile precedente aveva assunto un più maneggevole formato a libretto – cominciò a pubblicare l’Inferno di Topolino, una storia lunga sei puntate che ripercorreva – ovviamente in una chiave umoristica e destinata soprattutto ai piccoli lettori – il viaggio di Dante all’Inferno. Ne erano autori, come si leggeva nella prima vignetta, il disegnatore Angelo Bioletto e il “verseggiatore” Guido Martina.

Mentre il primo (1906-1987) è stato soprattutto un illustratore solo “prestato” al fumetto, il secondo (1916-1991) era un professore che alla fine degli anni Trenta aveva cominciato a tradurre e adattare i fumetti disneyani. I due si erano forse incontrati all’epoca dei “Quattro Moschettieri”, una rivista radiofonica che fece impazzire mezza Italia. Martina collaborava con gli autori NizzaMorbelli, mentre Bioletto disegnò le figurine con i personaggi del programma (e altri della cronaca di quegli anni) abbinate a un famoso concorso. Un po’ dello spirito di quella trasmissione gli autori lo trasferirono nella loro originale versione dell’Inferno dantesco, raccontato in divertenti strofette da Martina e disegnato, con abbondanza di dettagli realistici, da Bioletto. Il risultato fu un successo, e non solo perché per la prima volta si utilizzava il fumetto per fare anche, magari involontariamente, un’operazione culturale, ma soprattutto per la vivacità dell’ironico testo e l’efficacia del disegno. Nel ruolo di Dante e Virgilio troviamo Topolino e Pippo, più sveglio del solito, e il loro viaggio è costellato da annotazioni di costume, sin dall’inizio, quando Topolino ricorda che “in una selva oscura mi trovai … quivi sospiri, pianti e alti lai, sicchè pareva d’essere in tramway”.

suggestiva vignetta dall'"inferno di Topolino". Per gentile concessione
suggestiva vignetta dall’”inferno di Topolino”. Per gentile concessione

Molte tappe del lungo viaggio sono dedicate al sempre difficile rapporto tra i ragazzi e lo studio, e gli insegnanti, ma non mancano i momenti di critica, come quando i due viandanti giungono in un bosco che somigliava al parco di Milano: “Alberi secchi e tronchi scartocciati, bucce d’arancia e pelli di salame” per terra, con i cittadini che invano cercano una panchina “per riposar le membra stanche e grame”. Neppure lo sport sfugge alla loro ironia, per cui ecco Cucciolo – il nano muto della favola di Biancaneve – fare la radiocronaca dello scontro, inevitabile, fra Topolino e Gambadilegno. Alla fine Cucciolo lancia un messaggio pubblicitario: “Non chiedete un calcio alle caviglie, chiedete un abbonamento alle radioaudizioni e proverete lo stesso gusto”. Poi annuncia che chi ha fatto 12 alla Sisal (la nonna del Totocalcio) vince 52 milioni e ne paga 56 di tasse. Il viaggio è lungo e ricco di sorprese, con quasi tutti i personaggi disneyani – compresi Eta Beta e Josè Carioca e i tre Caballeros – che compaiono in qualche vignetta. Manca invece Zio Paperone, che sarebbe stato l’ospite d’onore nel girone degli avari, perché il simpatico papero era “nato” da poco tempo e non aveva raggiunto la popolarità attuale. Non manca una frecciata verso i giornalisti, costretti a girare con un cappuccio in testa ed essere frustati dai diavoli. “In vita raccontaste frottole – gli urlano i diavoli – con cui gli ingenui prendevate in giro, e ora qui girate come trottole”. Al termine del lungo viaggio, Topolino e Pippo sono scoperti da padre Dante, che vorrebbe punirli per la loro irriverenza, ma li perdona e spera che il cielo si accenda di fiammelle “per rischiarar ancor la via, sicchè tu possa riveder le stelle”. Il finale forse è un po’ di maniera, ma non influisce sul valore di questa opera, che resta un capolavoro del fumetto italiano.

Per saperne di piùct04_it_tl_0007b_001

Con l’Inferno di Topolino il fumetto disneyano diventa maggiorenne, ma non esce dall’anonimato, perché solo negli anni Ottanta la Disney permise che le sue storie venissero firmate dagli autori. Adesso nomi come Giovan Battista Carpi, Luciano Bottaro, Romano Scarpa, Giorgio Cavazzano, Carlo Chendi, ecc. sono giustamente famosi. A loro, e a molti altri autori, si devono le decine di parodie che in questi sessant’anni hanno offerto una rilettura umoristica di quasi tutti i capolavori della letteratura mondiale, riproposti con titoli chiaramente dissacranti, come i Promessi Paperi o Paperin Furioso, ma sostanzialmente fedeli al testo. L’elenco delle parodie è praticamente infinito e si passa dall’Amleto di Carpi al Paperon Bisbeticus Domatus di Cavazzano, senza dimenticare la Paperliade e la Paperodissea, il Paperin Meschino e il Paperin nell’isola del tesoro, Il mistero dei candelabri (dai Miserabili) e il Corsaro Paperino (da Salgari, ovviamente) e così via. Uscendo dai confini della letteratura, una citazione meritano le versioni di film famosi, come CasablancaLa Strada, realizzate da Giorgio Cavazzano, un autore – come tutti quelli già ricordati – che non ha nulla da invidiare ai grandi maestri americani della Walt Disney.


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